Prima del PNRR c’era il Fondo di Coesione Territoriale. È stato sospeso, svuotato, dimenticato. Ora si propone il RAB come rimedio universale. Ma le grandi opere non si governano con soluzioni tampone né con la finanza protetta.
La scelta del Gruppo FS Italiane di proporre il modello Regulatory Asset Base (RAB) come pilastro per finanziare gli investimenti ferroviari nel dopo-Pnrr segna una svolta non banale nella storia delle infrastrutture italiane e solleva interrogativi che non possono essere liquidati con slogan sull’autofinanziamento o la stabilità dei rendimenti. È un fatto che il RAB, pur consolidato nei settori energetico e idrico in alcuni Paesi, non costituisce un esempio di riferimento universalmente applicato alle grandi opere ferroviarie e non può essere assunto come paradigma automatico per l’Alta Velocità/Alta Capacità italiana. Il rischio non è ideologico, ma concreto: spostare su un meccanismo regolato e garantito la soluzione di problemi che derivano da scelte di politica industriale e di mercato porta con sé distorsioni che pagherà l’intero sistema Paese.

Pubblicato su La Voce Trasporti & Diritti il 7 febbraio 2026 · lettura completa di circa 5 minuti.
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