Davanti a un megaschermo che non conosce sonno, lo spettatore entra in un tempo che è insieme il proprio e quello di migliaia di vite immaginarie. In The Clock, la monumentale installazione di Christian Marclay, frammenti di storia del cinema si rincorrono senza sosta: orologi a cucù, sveglie impolverate, quadranti digitali, sguardi ansiosi e voci che sussurrano l’ora. Tutto è sincronizzato con il tempo reale di chi guarda. Se nella sala sono le quindici e venticinque, sullo schermo un attore di un film girato cinquant’anni prima potrebbe guardare il quadrante e pronunciare proprio quelle parole: «Sono le quindici e venticinque». Il passato, per un istante, sembra raggiungerci… il cinema si fa specchio del presente, mentre il presente si scopre abitato da un’infinità di altri tempi. L’opera non è soltanto un prodigio di montaggio: è una vertigine, una domanda affidata alle immagini. Quanto c’è di naturale nel tempo che crediamo di misurare, e quanto, invece, appartiene alla convenzione con cui abbiamo imparato a contenerlo…

Pubblicato su La Voce Trasporti & Diritti il 25 ottobre 2026 · lettura completa di circa 7 minuti.
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