Olafur Eliasson, Your uncertain shadow (colour), 2010, trasforma l’ombra in una presenza mutevole: il corpo del visitatore interrompe la luce e, proprio così facendo, genera la propria immagine. L’ombra non è dunque la negazione della luce, ma la sua conseguenza. Un’immagine che sembra raccontare anche le nostre eclissi interiori… ciò che per un momento non riusciamo più a vedere di noi non è necessariamente scomparso. E non abbiamo bisogno che qualcuno torni a illuminarci… come le stelle, siamo fatti di una luce che ci appartiene, anche quando attraversiamo il buio e dimentichiamo di averla.
Ci sono notti in cui alzare gli occhi verso il cielo sembra ancora un gesto necessario. Non per sapere che cosa accadrà domani, non per cercare risposte precise, ma per ricordarci che esiste qualcosa che non ci appartiene e che, proprio per questo, continua a interrogarci.

Pubblicato su La Voce Trasporti & Diritti il 26 agosto 2026 · lettura completa di circa 7 minuti.
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