C’è qualcosa di profondamente instabile nel destino della lingua italiana. Non è mai stata soltanto uno strumento di comunicazione: è sempre stata un territorio conteso tra norma e uso, tra identità e trasformazione. Nell’intervento di Paolo D’Achille, pubblicato dall’Accademia della Crusca lo scorso 30 marzo, questa tensione emerge con chiarezza… l’italiano contemporaneo appare esposto a un cambiamento rapido, spesso disordinato, che rischia di tradursi in un progressivo impoverimento.
D’Achille osserva una lingua che si contrae, che perde lessico, che semplifica le proprie strutture sintattiche sotto la pressione della comunicazione digitale e dell’influenza crescente dell’inglese. Si pensi alla riduzione delle subordinate a favore di frasi brevi e giustapposte, o all’uso sempre più pervasivo di anglicismi come meeting, deadline, feedback, che sostituiscono equivalenti italiani senza aggiungere reale precisione semantica. È una lingua più veloce, più immediata, ma anche più fragile, meno capace di articolare complessità. Ma ogni perdita è davvero tale, o è anche il segno di uno spostamento verso nuove forme di espressività? E dietro questa trasformazione si intravede un rischio più profondo: la perdita di una competenza condivisa, di uno standard capace di tenere insieme una comunità linguistica.

Pubblicato su La Voce Trasporti & Diritti il 2 aprile 2026 · lettura completa di circa 5 minuti.
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