Una lunga crepa attraversa il pavimento. È Shibboleth di Doris Salcedo: una ferita silenziosa nello spazio, una frattura che separa e ci obbliga a guardare ciò che scegliamo di non vedere. Nel giorno dedicato ai rifugiati, quella crepa diventa una domanda: quali confini invisibili abbiamo costruito? Quante distanze abitano ancora tra noi e chi è costretto alla fuga? L’esilio non è solo attraversare un mare o lasciare una terra. È anche una frattura interiore, un’evasione dalla perdita, dalla paura, da ciò che non riusciamo più a riconoscere. Siamo tutti, in qualche modo, in cammino verso un luogo capace di accoglierci. Avvicinarsi a quella crepa significa non cancellarla, ma ascoltarla. Perché forse una casa non è un confine da difendere, ma uno spazio da aprire.
Ci sono persone che passano una vita intera cercando un luogo da chiamare casa. A pensarci bene la domanda più difficile non è mai: da dove veniamo? Ma: dove possiamo finalmente abitare senza paura?

Pubblicato su La Voce Trasporti & Diritti il 17 giugno 2026 · lettura completa di circa 6 minuti.
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