(appunti scomposti di poeti operai)
C’è un corpo, un insieme di corpi, nelle fotografie di Workers (1974–2000) di Sebastião Salgado, eppure sembra che non succeda nulla… o meglio, succede tutto ma senza rumore. Uomini e donne lavorano: i muscoli tesi, le mani segnate, la schiena piegata. Non corrono, non gridano, non implorano. Lavorano. Eppure, guardandoli, si percepisce un peso che non è solo nei muscoli, una storia che non è solo nei volti, un tempo che non è più individuale ma collettivo.Non stanno andando verso qualcosa. Stanno emergendo. C’è polvere sotto i piedi, anche se non si vede… c’è sudore, anche se non lo senti… c’è fame, anche se nessuno la nomina. La luce bianco-nera scolpisce il loro respiro, i loro gesti, le pieghe della carne e delle divise, rendendo visibile ciò che spesso sfugge agli occhi: la dignità del lavoro, il lento avanzare della vita dentro il lavoro stesso.

Pubblicato su La Voce Trasporti & Diritti il 20 marzo 2026 · lettura completa di circa 6 minuti.
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