Dietro ogni femminicidio c’è una storia riconoscibile, una richiesta di aiuto non ascoltata e una responsabilità collettiva rimossa.
Federica lo sapeva. Non nel modo in cui si prevedono le date o i numeri, ma nel modo in cui il corpo riconosce il pericolo prima che diventi cronaca. Lo sapeva come lo sanno tutte le donne che vengono uccise… attraverso segnali minimi, silenzi che stringono, sguardi che controllano, parole che sembrano normali e invece scavano. Lo sapeva perché la paura, per le donne, non è mai improvvisa. È un’abitudine.
I dati lo confermano, anche se faticano a dirlo con umanità. Secondo l’ISTAT, la stragrande maggioranza dei femminicidi avviene in ambito familiare o affettivo. Partner, ex partner, uomini conosciuti. Non sconosciuti, non mostri improvvisi. Relazioni. Luoghi che dovrebbero essere sicuri. Il femminicidio non è un raptus: è un processo. Ha una storia, una traiettoria, una prevedibilità statistica che lo Stato registra solo dopo, quando il corpo è già diventato prova.

Pubblicato su La Voce Trasporti & Diritti il 21 gennaio 2026 · lettura completa di circa 3 minuti.
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