Ogni giorno saliamo su un treno con un pensiero costante, quasi invisibile: arrivare. Arrivare in orario, arrivare al lavoro, arrivare a casa, arrivare senza troppi imprevisti. Guardiamo il tabellone, controlliamo il binario, ci sediamo e lasciamo che il viaggio inizi. Raramente ci chiediamo cosa ci sia dietro quel gesto quotidiano, così ordinario da sembrare neutro. Eppure dietro ogni treno c’è una scelta politica, economica e sociale. C’è un’idea di Paese. E soprattutto c’è una gerarchia di priorità che decide chi può arrivare prima, chi deve adattarsi all’attesa e chi non riuscirà a partire mai.
Ho letto la proposta di parere della IX Commissione Trasporti della Camera sul Documento strategico pluriennale della mobilità ferroviaria di passeggeri e merci (Atto n. 397) non da addetta ai lavori, ma da viaggiatrice pendolare. Da chi usa il sistema ferroviario ogni giorno e lo conosce dal di dentro, nei suoi punti di forza e nelle sue fragilità, nei suoi silenzi e nelle sue attese. E proprio da questa prospettiva nasce una domanda che non è tecnica, ma profondamente politica: che tipo di Paese stiamo costruendo attraverso i nostri treni? Oppure, più precisamente: quale idea di uguaglianza nello spazio e nel tempo stiamo progressivamente accettando?

Pubblicato su La Voce Trasporti & Diritti il 25 giugno 2026 · lettura completa di circa 7 minuti.
Continua a leggere su La Voce


