Ci sono parole che pronunciamo senza accorgerci di quanto siano già dentro di noi. Le diciamo distrattamente, come si attraversa una stanza che conosciamo a memoria. Eppure alcune restano. Si depositano. Tornano nei momenti inattesi.
Una parola può aprire una porta sulla memoria, riportare alla pelle un’estate lontana, farci sentire ancora una voce, un odore, una carezza. Può persino cambiare, per qualche istante, la temperatura con cui guardiamo il mondo.
È per questo che, da sempre, attribuiamo alle parole qualcosa di misterioso. Le abbiamo usate per pregare, benedire, promettere, sedurre, consolare. Abbiamo affidato loro le nostre paure e i nostri desideri, come se sapessimo, molto prima di comprenderne il funzionamento, che nominare fosse un gesto influente.
Paolo Borzacchiello ha costruito una parte importante della sua riflessione proprio intorno a questa intuizione. Nei suoi libri il linguaggio viene presentato come uno strumento attraverso il quale intervenire sul modo in cui pensiamo, sentiamo e ci relazioniamo agli altri. E una parola, più delle altre, sembra condensare questa filosofia: Abracadabra.

Pubblicato su La Voce Trasporti & Diritti il 4 settembre 2026 · lettura completa di circa 12 minuti.
Continua a leggere su La Voce


